La Formula 1 torna in Africa: il prezzo del sogno ruandese

La Formula 1 torna in Africa dopo 33 anni, ma il costo del sogno è alto. Il Ruanda investe per un Gran Premio che potrebbe debuttare nel 2030.

La Formula 1 torna in Africa: il prezzo del sogno ruandese

La Formula 1 torna in Africa dopo trentatré anni, scegliendo il Ruanda come sede del suo primo Gran Premio dal 1993. L’annuncio, fatto a Kigali il 13 ottobre 2026, segna un ritorno storico per il motorsport internazionale, che ha lasciato il continente senza gare dal 1993. Il circuito, che si costruirà a Bugesera, circa 40 chilometri a sud della capitale, è il frutto di un accordo di dieci anni tra la F1 e il Ruanda, che punta a trasformare il Paese in un hub sportivo e turistico. La gara, che si chiamerà Formula 1 African Grand Prix presented by Visit Rwanda, è attesa per il 2030, nella migliore delle ipotesi.

Un costo elevato per un sogno

Il prezzo del ritorno in Africa è alto. La fee annuale, che la F1 richiede per ospitare un Gran Premio, si aggira intorno ai 50 milioni di dollari, un importo che rappresenta circa lo 0,3% del prodotto interno lordo del Ruanda. In proporzione, sarebbe come se l’Italia spendesse ogni anno quasi sette miliardi di euro per un solo evento. Il Paese, con un PIL di circa 16 miliardi di dollari e un reddito pro capite intorno ai mille dollari l’anno, deve affrontare un investimento che potrebbe mettere a dura prova le sue risorse economiche.

Un progetto ambizioso, ma non senza rischi

Il progetto di costruire un circuito di Grado 1 FIA a Bugesera è un’opera complessa, che richiederà anni di lavoro e investimenti significativi. Il circuito, che si colloca a ridosso dell’aeroporto internazionale di Kigali, dovrà integrarsi con infrastrutture come strade, tribune e ospitalità. L’aeroporto, costruito con il 60% di partecipazione da Qatar Airways, è atteso per il 2028, e potrebbe diventare un punto di riferimento per il turismo legato al motorsport. La F1 ha garantito che il finanziamento arriverà dal piano di investimenti del Rwanda Development Board, un ente governativo, e non da fondi statali dirottati da altri progetti.

Il progetto, però, non è privo di critiche. L’organizzazione sportiva ha ricevuto accuse da parte di gruppi come Amnesty International, che ha sottolineato il rischio di usare lo sport per migliorare l’immagine del Paese senza affrontare i problemi di diritti umani. Il Ruanda, guidato da Paul Kagame dal 1994, è stato più volte accusato di supporto a gruppi ribelli e di repressione delle opposizioni. La F1 ha risposto che lo sport può essere un motore di cambiamento, ma il dibattito è aperto.

Il 2030, nella migliore delle ipotesi, è a più di tre anni di distanza. In un Paese dove si vive con mille dollari l’anno, quanti ruandesi potranno permettersi una tribuna sul lago? E fra dieci anni, l’Africa avrà ritrovato la sua Kyalami, una pista viva tutto l’anno, o avrà un’altra Hanoi? La F1 ha sottolineato che il bacino di tifosi africani è enorme, con oltre 100 milioni di appassionati e quasi il 60% dei giovani under 35. Lewis Hamilton ha insistito per anni sul fatto che la Formula 1 non dovrebbe escludere l’Africa. Il Sudafrica, che ha una tradizione motorsport più antica, ha preferito rimanere a guardare. Il ministro dello sport Gayton McKenzie ha riconosciuto la difficile situazione del Paese, ma ha anche espresso rispetto per il lavoro svolto dal Ruanda.