Cambiare l’olio ogni 30.000 km? Ecco i rischi per il motore

Un recente studio analizza l’effetto del cambio olio a lunga distanza e suggerisce una soluzione equilibrata.

Cambiare l’olio ogni 30.000 km? Ecco i rischi per il motore

Il cambio dell’olio motore è un tema dibattuto tra i proprietari di auto e i tecnici. Molti pensano che cambiare l’olio troppo spesso sia un spreco di denaro, mentre altri temono che i tagliandi sempre più lunghi possano compromettere l’affidabilità del motore. Un recente studio ha analizzato lo stato di salute di un olio 0W-20 dopo 13.000 km di utilizzo, fornendo una risposta chiara su come gestire al meglio questa pratica.

Viscosità e additivi: i primi segnali di degrado

La viscosità cinematica dell’olio a 100 °C è scesa da un valore iniziale di 8,5 mm²/s a 7,01 mm²/s, registrando una perdita secca del 17,5% in soli 13.000 km. Questa riduzione non è causata dalla diluizione del carburante, ma dal cosiddetto “taglio meccanico”, che spezza le catene polimeriche che mantengono la stabilità dell’olio. Se a 13.000 km la viscosità ha già perso quasi un quinto della sua consistenza, pensare di raddoppiare la percorrenza significa rischiare il collasso del velo lubrificante.

La riserva alcalina: un indicatore chiave

L’esaurimento della riserva alcalina, che misura la capacità dell’olio di neutralizzare gli acidi corrosivi della combustione, è un altro fattore critico. Dopo 13.000 km, il valore è sceso a 3,7 mgKOH/g. Considerando che un olio fresco di questa categoria parte solitamente da valori compresi tra 7 e 9 mgKOH/g, la curva di consumo mostra che a 30.000 km la riserva protettiva rischierebbe l’esaurimento totale, lasciando campo libero alla corrosione acida dei componenti interni.

Un’analisi chimica sui campioni ha rivelato che, dopo circa 13.000 km percorsi in condizioni normali, il pacchetto di additivi protettivi dell’olio, inclusi i composti antiusura come lo ZDDP, è rimasto largamente integro. Il calcio e il magnesio, invece, hanno subito una flessione minima, intorno al 9%. Questo significa che a metà del traguardo dei 25.000-30.000 km, il lubrificante sta ancora svolgendo egregiamente il suo lavoro e non è affatto da buttare.

Se anticipare troppo i tempi del cambio d’olio è uno spreco per la scienza, lasciarlo nel motore per 25.000 o 30.000 chilometri diventa una scommessa pericolosa per la meccanica, specialmente nel caso degli oli moderni a bassissima viscosità. Una via di mezzo attorno ai 15.000 chilometri (o al massimo un anno solare) si conferma la scelta più saggia: è il momento in cui l’olio ha espresso il meglio delle sue capacità protettive, prima che la caduta di viscosità e l’usura degli additivi inizino a presentare il conto.

La diffusione di oli a bassissima viscosità, come i famosi 0W-20, ha reso i lubrificanti dei veri e propri fluidi altamente tecnologici. Tuttavia, la loro struttura è più “delicata” e richiede un controllo attento. Chi acquista un’auto nuova o gestisce una flotta aziendale guarda con favore a una minore frequenza delle soste in officina, ma non può ignorare i rischi legati a un uso eccessivo del lubrificante. Il verdetto dello studio è chiaro: cambiare l’olio troppo spesso è un lusso evitabile, ma allungare le percorrenze fino a 25.000 o 30.000 km espone il motore a rischi importanti. Una soluzione equilibrata, che tenga conto sia della tecnologia moderna che delle esigenze pratiche, è la scelta più saggia per preservare l’efficienza e la longevità del motore.