Bimota Vdue, la 500 due tempi da 105 CV che tentò di salvare le superbike a due tempi
La Bimota Vdue, una 500 due tempi da 105 CV, rappresentò un progetto ambizioso ma fallimentare per le superbike a due tempi.

La Bimota Vdue, una 500 due tempi da 105 CV, rappresentò un progetto ambizioso per la casa motociclistica italiana. Progettata negli anni Novanta, la moto aveva un motore V2 a due tempi da 499 cc, iniezione diretta e un peso di circa 164 kg. L’obiettivo era creare una sportiva stradale ispirata alle 500 GP, ma il progetto finì per diventare un caso. La tecnologia avanzata, pur innovativa, si rivelò un punto debole, causando problemi di erogazione e manutenzione. La Vdue fu una delle moto italiane più affascinanti e controverse del periodo, ma commercialmente fu un fallimento.
Un progetto ambizioso per Bimota
La Bimota Vdue fu il primo progetto in cui l’azienda di Rimini decise di sviluppare internamente anche il motore, un passo coraggioso per una piccola casa motociclistica. Il motore V2 a due tempi, con iniezione diretta, era stato progettato per ridurre le emissioni e migliorare l’efficienza. L’obiettivo era creare una moto leggera e potente, ispirata alle 500 GP, ma il risultato fu un prodotto estremamente sofisticato e problematico. La Vdue aveva un telaio in alluminio, forcelle Paioli e un sistema frenante Brembo, ma i problemi tecnici si fecero sentire.
La Vdue non era semplicemente un’altra Bimota estrema. Per la Casa di Rimini rappresentava un progetto molto più ambizioso, perché per la prima volta l’azienda decise di sviluppare internamente anche il motore. La scelta fu tutt’altro che prudente: un bicilindrico a V di 90° due tempi da 499 cc, abbinato a un sistema elettronico di iniezione diretta che avrebbe dovuto ridurre uno dei principali problemi dei motori 2T, quello delle emissioni. Sulla carta era quasi una 500 GP con targa e fari. Nella pratica, la Vdue sarebbe diventata una delle moto italiane più affascinanti e controverse degli anni Novanta.
La tecnologia dell’iniezione diretta era un’innovazione che avrebbe potuto salvare le superbike a due tempi, ma si rivelò un problema.
La tecnologia iniezione diretta, un punto debole
La tecnologia dell’iniezione diretta era un’innovazione che avrebbe potuto salvare le superbike a due tempi, ma si rivelò un problema. L’elettronica aveva difficoltà a gestire l’immissione di carburante in modo preciso, causando mancate accensioni e problemi di erogazione. I motori presentavano infiltrazioni d’aria e problemi di allineamento dei travasi, rendendo difficile la messa a punto. La soluzione fu l’abbandono dell’iniezione e il ritorno ai carburatori Dell’Orto, un passo che segnò la fine del progetto originale.
Nonostante i problemi, la Vdue rimase un progetto tecnologicamente avanzato. La sua ciclistica era estremamente agile, con un peso contenuto e un passo corto. La moto fu rivista e migliorata con la Vdue Trofeo, che raggiunse circa 110 CV. Le versioni successive, come la Vdue Evoluzione, arrivarono a circa 130 CV, ma il progetto originale fu un fallimento commerciale. La Bimota Vdue rimane comunque una moto difficile da giudicare con una semplice etichetta, un esempio di come l’innovazione possa portare sia successi che fallimenti.
La Vdue fu un tentativo di salvare le superbike a due tempi, ma arrivò troppo presto e con una messa a punto insufficiente.
La Bimota Vdue rappresenta un’esperienza unica nella storia delle superbike a due tempi. Nonostante i problemi, il progetto dimostrò la capacità di Bimota di provare a costruire una moto completamente diversa, con un motore sviluppato internamente. La Vdue fu un tentativo di salvare le superbike a due tempi, ma arrivò troppo presto e con una messa a punto insufficiente. Oggi, quasi trent’anni dopo, la moto è vista come un esempio di innovazione e sfida, non tanto per il futuro che indicò, ma per l’audacia di averlo tentato.
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